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Cittadino
Storia della Repubblica (Giornale) e la direzione.

Storia del giornale e la fondazione
Fondazione
la Repubblica nasce ad opera di Eugenio Scalfari, già direttore del settimanale L'espresso. L'editore Carlo Caracciolo (proprietario del settimanale) e la Mondadori investono 2 miliardi e 300 milioni di lire (metà per ciascuno) e il punto di pareggio è calcolato a 150.000 copie[2]. Quattro stanze in via Po 12 costituiscono la sede.
Scalfari ha chiamato con sé alcuni colleghi fidati: Gianni Rocca, caporedattore centrale, poi Giorgio Bocca, Sandro Viola, Mario Pirani, Miriam Mafai, Barbara Spinelli, Natalia Aspesi e Giuseppe Turani. Le vignette satiriche sono affidate alla matita di Giorgio Forattini.
Primi anni di vita [modifica]
Il quotidiano esce per la prima volta in edicola il 14 gennaio 1976. Si presenta al pubblico con un formato più piccolo degli altri; mancano lo sport e buona parte della cronaca. Vuole essere un "secondo giornale", con le sole notizie importanti a livello nazionale, per un pubblico che ha già letto i fatti del giorno sull'abituale quotidiano cittadino. È composto di 20 pagine ed esce dal martedì alla domenica. Al posto della Terza pagina tradizionale, la cultura è collocata nel paginone centrale.
All'inizio Repubblica è un giornale molto scritto. Quando, dopo una prima fase, la griglia ha raggiunto un'impostazione standard, la pagina inizia ad essere movimentata con l'aggiunta di illustrazioni, fotografie e disegni. Il grafico Franco Bevilacqua inventa i blocchi prefigurati: l'articolo si compone di testo e fotografie insieme (per esempio, un articolo con due foto "misura" 60 righe, uno con una foto "misura" 40 righe).
Durante i primi due anni di vita il quotidiano crea il proprio pubblico, ondeggiando tra la sinistra extraparlamentare e il PCI[3]. Nel 1977 Scalfari coglie la novità rappresentata dal movimento giovanile nelle università; "Repubblica" lo aggancia e comincia a crescere. Il punto di forza del quotidiano sono i commenti, sempre incisivi e schierati: anche le cronache hanno un taglio politico. Alla schiera dei redattori intanto si aggiunge Giampaolo Pansa, proveniente dal Corriere della Sera, che affianca Rocca e Pirani nel ruolo di vicedirettore.
Nel 1978 appare l'inserto Satyricon: è il primo inserto di un giornale italiano dedicato interamente alla satira [4]. All'inizio dell'anno la vendita media è di 114.000 copie. Durante i 55 giorni del sequestro Moro la Repubblica appoggia incondizionatamente la linea della fermezza mentre segue con attenzione nettamente critica la scelta "trattativista" del PSI di Bettino Craxi[5]. Il posizionamento si rivela vincente e a fine anno il quotidiano arriva a toccare le 140.000 copie. Nel 1979, con una tiratura media di 180.000 copie, raggiunge il pareggio di bilancio. La foliazione del giornale aumenta: le pagine vengono portate da 20 a 24. Il giornale decide per la prima volta di parlare anche di sport; a dirigere la redazione sportiva viene chiamato Gianni Brera. Nel 1979-80 appare la nota rubrica a disegni «Tutti da Fulvia sabato sera», di Pericoli e Pirella.
Nel 1980 il terrorismo colpisce da vicino la Repubblica. Il 7 maggio il cronista Guido Passalacqua viene gambizzato dallo stesso gruppo che il 28 uccide Walter Tobagi.
Nel 1981 uno scandalo travolge il Corriere della Sera, il cui direttore Franco Di Bella risulta essere iscritto alla P2. Ciò consente a Repubblica di aumentare il numero dei lettori e di strappare al Corriere alcune firme prestigiose, tra cui quelle di Enzo Biagi e Alberto Ronchey. Scalfari intravede l'opportunità di portare il suo giornale ai primi posti e lancia nuove iniziative per allargare la base dei lettori. Porta la foliazione a 40 pagine, per dare più spazio alla cronaca varia, agli spettacoli e allo sport. Il suo quotidiano diventa un "giornale omnibus" (un giornale per tutti i tipi di lettori).
Per quanto riguarda la linea politica, il giornale appoggia come sempre la sinistra riformista, cambiano invece i termini del confronto con i partiti al governo: da una parte permane l'opposizione alla politica di Bettino Craxi, mentre si registra una maggiore apertura verso Ciriaco De Mita, principale esponente della sinistra DC[6]. I risultati non si fanno attendere: nel 1985 "Repubblica" vende in media 372.940 copie: circa 150 mila in più della media del 1981[6].
Nel 1986 il giornale compie i suoi primi dieci anni. Per festeggiare il compleanno esce l'opera Dieci anni 1976/1985: 10 fascicoli in carta patinata, uno per ogni anno, con la riproduzione di molti articoli originali. Il lancio dell'iniziativa editoriale avviene con uno spot che ha un buon successo: all'inizio si vede un giovane universitario che acquista il quotidiano in un'edicola. Lo stesso giovane, dieci anni dopo, è diventato un uomo. Stringe in mano lo stesso giornale, ma nel frattempo ha fatto carriera ed è diventato il manager di una grande azienda. Nello stesso anno viene introdotto l'inserto settimanale finanziario Affari & finanza, diretto da Giuseppe Turani. Il Corriere della Sera è sempre più vicino; in alcune occasioni (dicembre 1986) "Repubblica" riesce anche a superare il rivale.
Nel 1987 "la Repubblica" lancia un gioco a premi: si chiama Portfolio, ed è in pratica una lotteria che si basa sulla Borsa. I lettori sono quindi invogliati a comprare il giornale tutti i giorni per controllare i valori delle azioni. Il gioco si rivela molto più redditizio dei supplementi, che aumentano le vendite solo per uno-due giorni alla settimana. Il quotidiano romano guadagna in 3 mesi quasi 200 mila copie, sfiorando le 700 mila di vendita media[7]. La Repubblica è il primo quotidiano italiano.
Il Corriere non sta a guardare e risponde colpo su colpo, offrendo un rotocalco in omaggio al sabato. La risposta de la Repubblica è Il Venerdì, il cui primo numero esce il 16 ottobre 1987 nello stesso giorno in cui già esce Affari & Finanza. La corazzata di via Solferino riprenderà il primato faticosamente solo due anni più tardi.
La "guerra di Segrate" [modifica]
Nel 1989, convinti che per la crescita del gruppo occorresse un più solido sostegno finanziario, Carlo Caracciolo ed Eugenio Scalfari (principali azionisti del Gruppo Editoriale L'Espresso) vendono tutte le loro quote a Carlo De Benedetti. Questi, già importante azionista della Mondadori, porta il Gruppo Espresso in dote alla casa editrice milanese, di cui punta a diventare azionista di maggioranza acquistando i pacchetti in mano agli eredi di Arnoldo Mondadori. Gli sbarra la strada Silvio Berlusconi, aprendo quella che passerà alla storia come la "guerra di Segrate" (il paese alle porte di Milano dove ha sede la Mondadori).
Tra Berlusconi, nuovo patron della Mondadori, e De Benedetti, nasce un contenzioso giudiziario che si conclude, dopo oltre due anni di battaglie finanziarie e legali, nel 1991 con la separazione fra il settore libri e periodici (che va al gruppo Fininvest) e quello di Repubblica ed Espresso, che va a costituire il Gruppo Editoriale L'Espresso, di cui la CIR di Carlo De Benedetti è azionista di maggioranza.
La controversa operazione fu al centro di una causa giudiziaria che vedeva come protagonista Berlusconi, accusato di corruzione in atti giudiziari: tale causa divenne nota sui principali organi d'informazione col nome di «Lodo Mondadori». Con sentenza del Tribunale Civile di Milano del 3 ottobre 2009 viene statuito che la Fininvest di Berlusconi deve risarcire alla CIR di Carlo de Benedetti la complessiva somma di circa 750 milioni di euro per il danno patrimoniale conseguente alla "perdita di opportunità" per il giudizio imparziale connesso al succitato Lodo [8]. Il pagamento del risarcimento viene in seguito sospeso fino alla fine del processo d'appello, venendo comunque garantito da una fidejussione bancaria [9].
Negli anni successivi nuove iniziative editoriali arricchiscono l'offerta informativa del quotidiano. La Repubblica, che dalla nascita non era mai uscita di lunedì, acquisisce per 50 milioni di lire il marchio del Lunedì di Repubblica, rivista satirica, primo giornale vero/falso edito da Vincenzo Sparagna, l'autore di Frigidaire[10]. Il lancio avviene il 10 gennaio 1994: in questo periodo il quotidiano si attesta su una tiratura media di 660.000 copie. Il 1995, oltre ad esser l'anno dell'introduzione dei due supplementi Musica! rock & altro e Salute, è anche l'anno della rivoluzione grafica: viene infatti introdotto il colore nella prima pagina e nelle inserzioni pubblicitarie.
La Repubblica dopo Scalfari [modifica]
Nell'aprile 1996 la direzione del quotidiano passa di mano: Eugenio Scalfari dopo vent'anni lascia il timone all'attuale direttore Ezio Mauro (che firma il giornale dal 6 maggio), pur continuando a rimanere una firma importante all'interno del giornale. Nello stesso anno viene lanciato come inserto il settimanale femminile "D".
Il 5 aprile 1996 viene aperto il sito http://www.repubblica.interbusiness.it [11], versione on-line sperimentale del quotidiano, lanciata in occasione delle elezioni politiche del 21 aprile successivo.
L'esordio di Mauro alla direzione del quotidiano è caratterizzato da una clamorosa topica: il 30 maggio 1996 viene infatti annunciata e commentata la vittoria di Shimon Peres alle elezioni israeliane, quando ancora lo spoglio non era terminato. Alla fine risulterà vincitore Benjamin Netanyahu.[12]
Nell'agosto del 1996 ha inizio la sperimentazione Repubblica lavori in corso con l'obiettivo di collaudare l'organizzazione, i servizi, e gli strumenti redazionali per la realizzazione di una edizione on-line. In questa fase coordinano il progetto giornalistico Vittorio Zambardino, Gualtiero Pierce ed Ernesto Assante, il progetto tecnico viene coordinato da Alessandro Canepa.
Il 14 gennaio 1997 viene lanciata l'edizione on-line del quotidiano Repubblica.it poi affermatosi come principale sito d'informazione italiano con oltre 10 milioni e 600 mila utenti unici[13].
Nel 2004, attraverso un processo graduale, il quotidiano inserisce il colore in tutte le pagine. La decisione smuove tutto il mercato dei quotidiani italiani, spingendo la concorrenza ad adottare delle contromosse. In breve anche gli altri maggiori quotidiani passeranno alle pagine a colori.
Il 19 settembre 2007 il quotidiano si rinnova ancora, questa volta dal punto di vista grafico e dell'impaginazione. la Repubblica si sdoppia in due giornali: uno dedicato alle notizie e un altro (denominato "R2") contenente approfondimenti e inchieste sui principali temi dell'attualità.
Il quotidiano può essere considerato vicino allo schieramento politico del centrosinistra anche se nel corso degli anni non ha mai risparmiato critiche ai suoi rappresentanti politici e ai partiti che lo compongono, riguardo sia alla questione morale sia alla frammentazione e disunione delle forze politiche.
Sin dalla sua "discesa in campo" il giornale segue una linea piuttosto critica nei confronti di Silvio Berlusconi, criticando in special modo il suo conflitto d'interessi come imprenditore e politico. A fine agosto del 2009 Berlusconi ha fatto causa alla testata [14] in seguito alla pubblicazione di dieci domande a lui rivolte, molte delle quali inerenti allo scandalo escort a lui direttamente collegato.
All'inizio del 2010 il quotidiano si è riavvicinato nelle vendite allo "storico" concorrente Corriere della Sera: dalle -80.000 copie del marzo 2009 il divario è sceso a -30.000 nel marzo 2010 [15].
Il fondatore del quotidiano (Eugenio Scalfaro)
Eugenio Scalfari (Civitavecchia, 6 aprile 1924) è un giornalista, scrittore e politico italiano.
Il campo principale dell'analisi di Scalfari è l'economia, insieme alla politica, che trovano ampia sintesi in un punto di vista etico-filosofico: alcuni articoli di Scalfari hanno dato avvio a battaglie ideologico-culturali, quali i referendum[senza fonte] sul divorzio e sull'aborto. La sua ispirazione politica è liberale di matrice sociale. Punti forti dei suoi articoli recenti sono la laicità, la questione morale, la filosofia[1] e la ferma critica verso l'azione politica di Silvio Berlusconi.
Esordio,Carriera E Direzione del giornale.
Esordio [modifica]
Scalfari inizia al Liceo Mamiani di Roma, ma è a Sanremo (dove la famiglia si era trasferita temporaneamente, essendo il padre direttore artistico del Casinò), al liceo classico G.D.Cassini, compagno di banco di Italo Calvino, che compie gli studi liceali.
Tra le sue prime esperienze giornalistiche c'è "Roma Fascista"[2], organo ufficiale del GUF (Gruppo Universitario Fascista), mentre era studente di giurisprudenza. Verso la fine degli anni Trenta, venne espulso dal PNF perché accusato di scrivere articoli di contenuto antifascista. Anni dopo, lo stesso Scalfari racconta di essere stato persino preso per il bavero, in occasione della sua espulsione, dall'allora Segretario del PNF Carlo Scorza[3]. Ciononostante, Scalfari continuerà a collaborare con riviste e periodici legati al fascismo, come "Nuovo Occidente", diretto dall'ex squadrista e fascista cattolico Giuseppe Attilio Fanelli. Nel 1942, inoltre, Scalfari sarà nominato caporedattore di "Roma Fascista".[4]
Dopo la fine della seconda guerra mondiale entra in contatto con il neonato partito liberale, conoscendo giornalisti importanti nell'ambiente. Nel 1950, mentre lavora presso la Banca Nazionale del Lavoro, diventa collaboratore prima a Il Mondo e poi all'Europeo di due personalità che spesso richiama nei suoi scritti: Mario Pannunzio e Arrigo Benedetti. Ricorderà, poi, con orgoglio di essere stato licenziato dalla B.N.L. per una serie di articoli sulla Federconsorzi non graditi alla direzione.[5]
Nel 1950 si sposa con la figlia del grande giornalista Giulio De Benedetti, Simonetta, scomparsa nel 2006.
Nel 1955 partecipa all'atto di fondazione del Partito Radicale. Nello stesso anno nasce il settimanale L'Espresso: Scalfari è direttore amministrativo.
Nel 1963 passa al Partito Socialista Italiano con il quale è eletto nel consiglio comunale di Milano.
Dalla fine degli anni '70 è sentimentalmente legato a Serena Rossetti, già segretaria di redazione de L'Espresso (e poi di Repubblica)[6].
Carriera in ascesa [modifica]
Nel 1963 sommò la carica di direttore responsabile de L'Espresso a quella di direttore amministrativo. Il settimanale arrivò in cinque anni a superare il milione di copie vendute. Il successo giornalistico si fuse con il piglio imprenditoriale, dato che Scalfari continuò a gestire anche la parte organizzativa e amministrativa.
Sempre nel 1968 pubblicò insieme a Lino Jannuzzi l'inchiesta sul SIFAR che fece conoscere il tentativo di colpo di Stato chiamato piano Solo. Il Generale De Lorenzo li querelò e i due giornalisti furono condannati rispettivamente a 15 e a 14 mesi di reclusione, malgrado la richiesta di assoluzione fatta dal Pubblico Ministero Vittorio Occorsio, che era riuscito a leggere gli incartamenti integrali prima che il governo ponesse il segreto di stato. Ambedue i giornalisti evitarono il carcere grazie all'immunità parlamentare loro offerta dal Partito Socialista Italiano: alle elezioni politiche del 1968 Scalfari fu eletto deputato, come indipendente nelle liste del PSI, mentre Jannuzzi divenne senatore.
Nel 1971 fu tra i firmatari della lettera aperta pubblicata sul settimanale L'Espresso sul caso Pinelli. Anni dopo suscitò un certo scalpore il fatto che Mario Calabresi, figlio del commissario Calabresi, fortemente attaccato dal testo di tale appello, iniziasse a lavorare per la Repubblica, quotidiano fondato da Scalfari.[senza fonte]
In quegli anni criticò accanitamente le manovre di Eugenio Cefis, prima presidente dell'ENI e poi di Montedison, appoggiando spesso chi gli si opponeva; tra questi vi fu nel 1971 Sindona nel suo scontro con Mediobanca per il controllo di Bastogi[7].
Soprattutto contro Cefis era indirizzato il celebre libro-inchiesta pubblicato da Scalfari e da Giuseppe Turani nel 1974, Razza padrona.
Fondazione e direzione de La Repubblica [modifica]
Nel 1976 Scalfari fondò il quotidiano la Repubblica, che debuttò nelle edicole il 14 gennaio di quell'anno. L'operazione, attuata con il gruppo L'Espresso e la Mondadori, aprì una nuova pagina del giornalismo italiano. Il quotidiano romano, sotto la sua direzione, compie in pochissimi anni una scalata imponente diventando per lungo tempo il principale giornale italiano per tiratura.
L'assetto proprietario registra negli anni Ottanta consolidamenti della posizione dello stesso Scalfari e l'ingresso di Carlo De Benedetti, nonché un vano tentativo di acquisizione da parte di Berlusconi in occasione della "scalata" del titolo Mondadori, finito con il "lodo Mondadori" resosi necessario a causa del fatto che (come accertato dalla magistratura in seguito) Silvio Berlusconi, a capo della Fininvest, aveva corrotto i giudici per avere un pronunciamento favorevole nella disputa con De Benedetti per il controllo della Mondadori, tale accordo fu fortemente voluto da Giulio Andreotti, grazie all'intermediazione di Giuseppe Ciarrapico. Sotto la sua guida La Repubblica aprì il filone investigativo sul caso Enimont, che dopo due anni fu in buona parte confermato dall'inchiesta di "Mani pulite".
Contro Craxi, a differenza che con Spadolini e con De Mita [8], Scalfari s'era speso sin dall'inizio del decennio precedente, considerandolo l'archetipo della questione morale[9] contro cui si scagliava l'anima della sinistra rappresentata da Berlinguer. Di questi invece elogiò lo "strappo" con l'Unione Sovietica in occasione del golpe polacco, pur restando essenzialmente estraneo alla tradizione comunista e rimanendo su posizioni legate all'intellettualità laica e alla tecnocrazia. In tal senso vanno lette alcune sue importanti iniziative, tutte sostenute per il tramite di "Repubblica": sponsorizzò il "governo del Presidente" candidandovi il governatore della Banca d'Italia Carlo Azeglio Ciampi già negli anni Ottanta; indicò al presidente Scalfaro il commissario PSI a Milano Giuliano Amato come viatico per la sua scelta a premier nel 1992; apprezzò Guido Rossi come commissario delle aziende travolte nel turbine di Tangentopoli.
Il ritiro dalla direzione di La Repubblica [modifica]
Scalfari, padre del quotidiano la Repubblica e della sua ascese editoriale e politico-culturale, abbandona il ruolo di direttore nel 1996, e a lui subentra Ezio Mauro. Non scompare dalla testata del giornale, poiché attualmente svolge il ruolo di editorialista dell'edizione domenicale. I suoi editoriali sono entrati oramai nella consuetudine del giornale, tanto da essere soprannominati - anche per la loro congrua lunghezza - "la messa cantata della domenica"[senza fonte]. Cura altresì una rubrica su L'Espresso (il vetro soffiato). Il 6 luglio 2007, sul Venerdì, ha annunciato l'abbandono della sua storica rubrica Scalfari risponde dopo l'estate ringraziando i lettori per l'affetto ricevuto e gli stimoli da loro pervenuti per le sue riflessioni. Gli è subentrato Michele Serra.
Su RaiSat Extra è andato in onda per qualche tempo, ogni giovedì, un programma dal titolo la Scalfittura, in cui Scalfari teneva dei colloqui politici con Giovanni Floris.
Ha ricevuto varie onorificenze. A livello giornalistico ha vinto nel 1988 il Premio Internazionale Trento per "Una vita dedicata al giornalismo", nel 1996 il "Premio Ischia" alla carriera, nel 1998 il Premio Guidarello al giornalismo d’autore e, di recente, il Premio Saint-Vincent 2003. L’8 maggio 1996 è stato nominato Cavaliere di gran croce dal presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro mentre nel 1999 ha ricevuto una delle più prestigiose onorificenze della Repubblica francese diventando Cavaliere della Legione d'onore (successivamente è stato promosso ufficiale). Il 5 maggio 2007 ha ricevuto la cittadinanza onoraria di Vinci e il 23 ottobre 2008 gli è stata conferita la cittadinanza benemerita di Sanremo.

Il direttissimo del quotidiano "Direttore" (Ezio Mauro)
Ezio Mauro (Dronero, 24 ottobre 1948) è un giornalista italiano, direttore del quotidiano la Repubblica.
Entra nel mondo della carta stampata nel 1972 collaborando con la Gazzetta del Popolo di Torino, occupandosi soprattutto del terrorismo nero degli anni di piombo. Nel 1981 passa a La Stampa di cui è inviato speciale, responsabile della politica interna e corrispondente dagli Stati Uniti d'America. Dal 1988 lavora per la Repubblica come corrispondente da Mosca.
Per tre anni racconta la grande trasformazione della Perestrojka, viaggiando nelle Repubbliche dell'Unione Sovietica. Il 26 giugno del 1990 torna a La Stampa assumendo l'incarico prima di condirettore, poi di direttore (dal 6 settembre 1992). Sulla sua esperienza a Torino dirà:
« Il clima del giornale era simile a quello di un buon liceo, con colleghi accomunati dall'età, dall'amicizia, dalla voglia di far gruppo[1]. »
Il 6 maggio 1996 sostituisce il fondatore Eugenio Scalfari alla guida de la Repubblica.
Tratta da wikipedia...Riorganizzata e pubblicata.
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